Quando ridere al Derby
era una cosa seria

Martedì 21 Aprile 2026 – Trattoria Bela Tusa

Milano, anni ’60. Se passavi da via Monterosa al civico 84, trovavi un garage. Ma se scendevi le scale, entravi in un altro mondo. Il soffitto era basso, l’aria era densa di fumo di sigaretta e l’odore era quello del whisky a buon mercato mescolato al profumo delle signore impellicciate che sedevano accanto ai banditi della ligera.

Era il Derby Club. Il tempio del “surrealismo povero”.

Su quel palco minuscolo, due ragazzi alti e dinoccolati stavano inventando un modo di far ridere che Milano non aveva mai visto. Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto. Non raccontavano barzellette. Cantavano di galline che non erano intelligenti, di autobus che non arrivavano mai e di poveri diavoli che cercavano la fortuna tra un bicchiere di Barbera e un sogno infranto.

“La gente veniva lì per dimenticare la nebbia fuori, ma noi la nebbia gliela portavamo dentro, sotto forma di canzoni strampalate e battute che non finivano mai.”
RENATO POZZETTO, IN RICORDO DEL DERBY

Insieme a loro c’era Enzo Jannacci, il poeta dei vinti, che con le sue scarpe da tennis saltava sul pianoforte cantando di chi “andava a veder l’effetto che fa”. Al Derby la risata non era mai sguaiata; era un’ironia amara, un modo per esorcizzare la fatica della fabbrica e la solitudine della metropoli che correva troppo forte.

Si rideva dei matti, dei ladri di polli e dei disperati, ma con un rispetto infinito. Perché in quel sottoscala, tra una nota di jazz e un brindisi improvvisato, eravamo tutti parte della stessa commedia. Il Derby non era solo un locale: era il cuore pulsante di una Milano che sapeva ancora guardarsi allo specchio e farsi una sonora risata, prima di rimettersi a correre.

Oggi il Derby non c’è più, sostituito dal silenzio dei condomini eleganti. Ma se cammini in via Monterosa a notte fonda, potresti ancora sentire l’eco di una tromba o il ritmo di una canzone che parla di mare a Milano. Perché certe storie non traslocano mai: restano lì, appiccicate ai muri, a ricordarci che ridere è l’unico modo serio per restare vivi.

Gh'era ona volta

Le storie che Milano ha dimenticato

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